Il ritratto di un bambino mai nato, l’atelier del pittore che fece tremare Vienna e una nuova storia da raccontare

La prima volta che ho visitato Vienna, mi sono fermata a lungo davanti a un quadro, a cui in seguito avrei pensato moltissime volte.

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Il dipinto si trova alla Galleria Belvedere e si intitola La famiglia. È l’ultima opera di Egon Schiele, che lo concluse pochi giorni prima di morire, il 31 ottobre 1918. Una piramide di corpi nudi, che culmina nel ritratto di se stesso. Ai suoi piedi una donna, tra le cui gambe è accovacciato un neonato. Soltanto Egon rivolge lo sguardo allo spettatore, avvicinando una mano al petto quasi a chiedergli di ascoltare la sua storia. La donna è Edith Harms, la giovane moglie che, nella stanza accanto, lotta tra la vita e la morte e che porta in grembo il figlio che non nascerà mai.

Mi ha sempre molto impressionato pensare a questo artista che dipinge, esorcizzando i suoi demoni, chiedendo all’Arte – un istinto come respirare oppure correre, socchiudere gli occhi contro il sole – il sollievo da un dolore terrificante, dall’annientamento.

Ho pensato spesso a Egon, all’uomo raffigurato su quel quadro, alla donna che protegge fra le sue gambe e a quel bambino mai nato, e che pure esiste, sulla tela. Al potere del’Arte, alla forza dell’uomo che in un certo senso sconfigge il tempo e la morte.

36786469_10216420775974409_8109118406281658368_nSono tornata altre volte, a Vienna. L’ultima, stavo già scrivendo la mia storia – che è in realtà la storia di quell’uomo – e ho avuto la fortuna di poter salire le scale del palazzo in cui si trovava il suo ultimo atelier (proprio lì, all’ultimo piano, dove si vede l’enorme vetrata ad arco). Ci sono entrata per caso, di trafugo (ora è un edificio privato e il vecchio atelier un appartamento). E la mia salita si è fermata alla porta chiusa, dietro cui una volta lavorava lui, orgoglioso dell’elettricità che era riuscito a portare. C’erano i suoi quadri. La sua storia con Wally, la giovanissima 

73118_pplmodella e amante. E, proprio di fronte, in una casa gemella, con la stessa enorme finestra ad arco, l’appartamento della futura moglie, Edith.

Quella storia è diventata un libro e io sono orgogliosa e infinitamente grata di rivedere quel quadro accanto al titolo che porta.

Non so se sia il segno di qualcosa – a me piace pensare di sì – ma mi capita spesso di interessarmi a figure del passato che poi, in qualche modo, trovo siano collegate fra loro e che, per un qualche incomprensibile caso, condividono un insignificante, 

Le ragazze con le calze grigiepiccolissimo dettaglio, lieve come polvere di stelle, con me. Edith Harms morì il 28 ottobre. È il giorno in cui sono nata io.

Le ragazze con le calze grigie uscirà in libreria il 12 luglio. Un immenso ringraziamento va alla squadra di Arkadia Editore, che ha creduto in questo progetto, iniziato con La Medusa.

Sono passati molti anni, ma la passione che sento non è stata scalfita di una sola goccia.

Infinitamente grata di poter dare voce alle mie storie. Di aprire quelle porte, che altrimenti resterebbero chiuse, come di vecchi atelier quasi dimenticati dal tempo.

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Non soltanto Lizzie…

 

 

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Uno degli aspetti più trasgressivi e potenti dell’estetica preraffaellita e dell’essenza stessa del gruppo, capeggiato da Dante Gabriel Rossetti, furono senza alcun dubbio le donne che gravitarono attorno agli artisti. Modelle, muse, amanti, mogli, nessuna di loro ebbe una vita noiosa o relegata ad angelo del focolare come avrebbe invece voluto la morale vittoriana.
Via i corsetti! Sostituiti da tuniche larghe e più comode, antesignane dei tuniconi di Klimt disegnati dalla compagna di una vita (e che Klimt si guardò bene dallo sposare), Emilie Floege, più nota per essere la modella raffigurata nel dipinto forse più famoso del pittore viennese, Il bacio.

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John William Waterhouse

Impegnate sulla scena politica, come la bellissima Georgie McDonald, che sposò Burne-Jones, ma intrecciò una complicata relazione platonica con il collega del marito, Millais, o interessate all’Arte fino a diventarne protagoniste, come Elizabeth Siddal, a sua volta pittrice -incoraggiata da Rossetti- e poetessa, le donne del gruppo non si limitarono di certo al passivo ruolo della modella. E anche quando lo fecero, posando per quelli che in molti casi divennero poi mariti o semplici amanti, riuscirono a cambiare un’epoca, scandalizzando con le loro pose nude, come quelle della statuaria Maria Zambaco che proprio con Burne-Jones visse una chiacchierata relazione.

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Sir Edward Burne-Jones

In un vortice di tradimenti e passioni più o meno platoniche, le muse dei Preraffaelliti animarono non poco la vita del gruppo.

Effie Gray, sposa giovanissima del mecenate John Ruskin, trascinerà il marito al centro di uno scandalo che culminerà con l’annullamento del matrimonio per l’impotenza di lui e le nozze di lei con Millais.

La sorte non arriderà sempre al coraggio e alla forza di queste protagoniste dal carattere passionale.
Elizabeth Siddal morirà suicida, provata dai tradimenti di Rossetti, dagli aborti spontanei e dalla sua dipendenza dal laudano.

Di recente è stata data risoluzione al mistero sugli ultimi giorni della giunonica e solare Fanny Cornforth, la modella che sostituì Lizzie nel cuore di Rossetti, occupando la casa e il letto che erano stati della sfortunata musa del leader carismatico del gruppo. Dimenticata da tutti trascorse la fine in un ospedale psichiatrico del Sussex, afflitta dalla povertà e dalla demenza.

19720364_10213232767836198_540088129_o.pngLa loro forza continua tuttavia a permeare di sé l’arte, la fotografia, il cinema e la moda, che vantano debiti profondi e spesso evidenti nei confronti non soltanto dell’estetica preraffaellita e dell’utopia della bellezza inseguita dai seguaci di Rossetti.

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Vogue riprende i dipinti di Rossetti

Resta in nuce un concetto di femminilità che non rinuncia a nulla di sé e non scende a compromessi.

 

Libera, trasgressiva nel suo ritornare alla purezza della semplicità insofferenze a qualsiasi infrastruttura, etichetta, stigmate.

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Anche l’estetica del movimento hippie deve molto alle muse di Rossetti e Millais

 

 

A loro si ispira una delle figure femminili che in Lontano da te accompagnano, in un gioco di riflessi di specchi, la storia di Lizzie e Rossetti. Si tratta di Lydia, il personaggio forse più controverso e misterioso, che poco racconta di sé. Come un bel quadro voltato di spalle, che induce a inventarsi un volto, Lydia entra nella narrazione da protagonista inconsapevole, motore indiretto dell’azione. Rappresenta la figura che permette ad altri di riconoscere se stessi, in un viaggio dentro le proprie paure, i propri desideri. Nel confronto con una bellezza ideale – destinata a restare fredda e lontana – che ricorda gli ultimi, splendidi ritratti di Rossetti, svuotati del calore di un amore imperfetto e per questo più concreto e reale. Quello per Lizzie.

Musica!

“Sofia staccò la penna dal diario e restò a fissare il quadro di John Everett Millais, Ophelia. Le sale  della Tate cominciavano a svuotarsi. Turisti e signori eleganti sfumavano senza far rumore, sulle note dei Radiohead che si rincorrevano nelle cuffiette del suo iPod. Socchiuse il diario. Ma non si alzò.”

In Lontano da te si fa spesso riferimento alla musica e si citano alcune canzoni, importanti per sottolineare un momento, un’emozione o, più semplicemente, per avvicinare alcuni personaggi.19551544_10213131220297573_1170074650_o.png

Penso che la musica sia un veicolo eccezionale. Trasmette sensazioni e crea atmosfere con grande immediatezza, rende più facile passare attraverso i colori di una storia e i suoi differenti ritmi.19551703_10213131220177570_1013211487_o.png

Sono le canzoni che accompagnano la scrittura o l’ideazione di una scena.

Moses e il suo Frank Sinatra, la spiaggia di Bianca, Sofia e Luca sulle note di Follow the Sun, i Nirvana che accompagnano Sofia nella notte che la inghiottirà insieme con i suoi incubi… insomma, anche Lontano da te ha la sua colonna sonora!

https://www.youtube.com/watch?v=Xn5TgdH4GEU Comme un garçon, Sylvie Vartan
https://www.youtube.com/watch?v=FefLFnjqm_0 I’ve got you under my skin, Frank Sinatra

https://www.youtube.com/watch?v=tgIqecROs5M Sail, Awolnation
https://www.youtube.com/watch?v=lZiNtbgm9oM Creep, Radiohead

19551666_10213131202497128_1029966501_o.pnghttps://www.youtube.com/watch?v=hTWKbfoikeg Nirvana, Smells like teen spirit
https://www.youtube.com/watch?v=O3dWBLoU–E Hole, Celebrity Skin

https://www.youtube.com/watch?v=0E1bNmyPWww Follow the sun, Xavier Rudd

E poi c’è la canzone che accompagna l’intera storia, dal primo all’ultimo capitolo (qui)!

Buon ascolto!

 

Cos’è la felicità?

Quando ho scritto il mio primo romanzo, la seconda cosa che ho fatto, dopo aver spento il computer, è stata cercare uno pseudonimo (scegliendo un cognome dall’elenco telefonico – che tempi antichi – e abbinandoci un nome), tra l’altro orribile, ma che allora mi sembrava mostruosamente figo… Poi ho pensato che vivo in una città stupenda e adorabile – che mai cambierei – ma piccina. Puoi farlo in una grande città il gioco di camuffarti, di inventarti un’altra identità, più divertente. Ma che senso avrebbe avuto? La verità era che avevo una paura matta. Poi è prevalsa l’incoscienza. Non è stato coraggio, tantomeno consapevolezza. È che tu lanci i dadi e poi le cose rotolano un po’come vogliono e alla fine ti trascinano e sì, io che non sono esattamente un tipo da presentazioni, ho seguito le onde della corrente che il tridente della mia iperattività aveva agitato.
Lontano da te è uscito da pochissimo, ma viaggia in quella corrente. A volte mi sembra di essermi persa, altre invece approdo in situazioni che mi ripagano di tutto il tempo trascorso a remare (e finisco con il ringraziare proprio quelle divagazioni che mi portano dove mai avrei creduto).
La presentazione alla biblioteca di Vadena è stata uno di quei momenti.
Pubblico caloroso, che si è appassionato insieme a me alla storia di Lizzie Siddal e Dante Gabriel Rossetti.

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Dante Gabriel Rossetti nella serie Desperate Romantics

Sì, perché ogni volta che ne inizio a parlare, mi infervoro come se loro fossero lì e io li avessi in qualche modo seguiti, conosciuti. Amati. Isabella Repole, Massimo Arduino sono state le voci splendide! Daniel Faranna l’esecutore della musica al contrabbasso (la stessa che mi ha ispirato moltissime pagine – è anche nel booktrailer).
Sono piovute domande e le leggevo sui visi che avevo di fronte le emozioni, le stesse che ho provato io mentre scrivevo dei personaggi del b&b di Clelia, dei loro segreti, dei loro pasticci.
Ciascuno alla ricerca della propria felicità.
Musica, sorrisi. E alla fine una domanda, posta da una persona che ho avuto la fortuna e il piacere di incontrare e in cui mi sono riconosciuta (lo stesso è stato per lei…incredibile quanti interessi in comune, quanti segmenti di vita simili!): cos’è per te la felicità?

Se dovessi dirla come Michele Mari, ogni storia parla dei sogni, degli incubi, ma soprattutto delle ossessioni del proprio autore.
Nel mio piccolo io sono un coacervo di ossessioni (sarò un’autrice prolifica?!). Ma la più costante è senz’alcun dubbio l’emozione ambigua che provo quando il mio pensiero sfiora la consapevolezza dello scorrere del tempo. Ho le mie paure, certo, simili a quelle di tutti: della malattia, di sopravvivere alle persone che amo.sorelle.png
Ma quella del tempo che passa e si porta via brandelli, il tentativo di ricomporre tutto attraverso le pagine di un libro e i battiti di una storia per fissarli per sempre, be’, hanno segnato ogni mio romanzo, in tutte le deviazioni dal fantasy allo storico al contemporary romance. È ciò che, paradossalmente, dà continuità alla mia scrittura. Ho sempre amato le narrazioni circolari, l’intersecarsi dei piani temporali.
La mia ricerca della felicità credo parta da questo: accettare che il tempo scorra e che gli eventi diventino ricordi. E l’attribuire ad essi il giusto valore, vivendo il presente per quello che è, puro, perché non sia inquinato dalle ombre o dalle luci di quello che è stato, libero, anche di dimenticare o semplicemente di lasciare andare.
Facile a dirsi, no? Come per tutte le cose che sappiamo ci potrebbero rendere felici. Esserne consapevoli ci porta già a metà dell’opera? Non ne sono tanto sicura, ma proviamoci.
Intanto i protagonisti di Lontano da te sono alle prese con il loro passato e molti, molti scheletri nell’armadio.
C’entra sempre un quadro, l’Ofelia di Millais. (“Io questo quadro non lo conoscevo”, e quanto era perfetta la sua vita prima di dover fare i conti con quella cosa, sospirò Stefano.)18176157_10212506234873328_786965258_o.png

Se riesco a vincere la mia paura e a non lasciarmi a inghiottire dalla corrente, lo devo a chi legge i miei libri e mi lascia i suoi pensieri. Non sono i commenti a cinque stelle di Amazon, le fascette di richiamo o le recensioni che strillano dai giornali patinati, ma pensieri quasi sussurrati, finiti in un messaggio. Per me valgono moltissimo.

«A volte leggendo le tue parole, si rimane senza fiato. Si avverte una specie di affanno perché spesso chi ti sta leggendo è quasi costretto a rimembrare di sé…a guardarsi di nascosto…per la paura di scoprirsi inadeguato

«Iniziato sabato e finito oggi! Avvincente, coinvolgente, pieno di suspense. Non vedevo l’ora di sapere cosa succedeva nell’altro capitolo

«Tutti i personaggi, chi con parole chi con gesti, sono riusciti a trasmettere una sensibilità profonda

«Lontano da te mi ha preso molto, perché mi sono sentito coinvolto in esso, nella parte di fare i conti con un certo passato

Spero che questa storia continui a parlare e che Ophelia non smetta per un po’ di riflettere chi la sta osservando, ricordandogli quello che è stato, per intrappolarlo nella superficie immota di un lago mentre l’anima vola via, libera da ogni catena.

Il linguaggio dei fiori e il giardino segreto di Clelia

Questa mattinata è trascorsa in un luogo-non luogo magico: i Giardini Trauttmansdorff, cuore pulsante della mia città, una delle sue molte anime. Non tanto perché residenza della principessa Sissi – figura che non amo

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Giardini Trauttmansdorff, Merano

particolarmente – ma per i loro dodici ettari di piante e fiori, di paesaggi che mozzano il fiato. È il respiro di madre Terra, una Natura forse già troppo addomesticata e troppo poco selvaggia, ma che riposa i sensi, saziandoli di colori e profumi che ti costringono a guardarla con la malizia e l’arroganza di una donna consapevole della propria bellezza.

 

Passeggiando al fianco della signora Karin, una delle tante, rassicuranti e preparatissime guide del Parco (molte sono ex-insegnanti con una passione viscerale per i Giardini che hanno visto nascere, nel 1988, quando erano soltanto poco più che un’idea), ho imparato qualcosa di più riguardo a un mondo affascinante.

Parte di questa magia, e del suo fascino subìto, ho voluto infonderla in Lontano da te.
Il giardino di Clelia, il suo antico casolare sospeso tra il verde e i cieli della Toscana, è il luogo-non luogo in cui si incontrano i suoi personaggi alla deriva, ciascuno con la propria storia, intento a fare i conti con il suo fardello di fantasmi, di segreti e rimpianti. Ciascuno schiavo delle proprie arroganti invidie, di incrollabili antipatie. Per scoprire alla fine che il nemico più insidioso e tenace siamo forse proprio noi stessi.17820243_10212295467364272_1680522145_o

Ma i fiori, con la loro saggezza e capacità di consolare, con il loro sapere già tutto e la loro indifferenza per il mondo degli uomini (perchè il potere magico della bellezza è un po’questo- bastare a se stessa), sono lì a ricordarci che il mondo è bellissimo ed è tutto più semplice di quanto crediamo, quando cominciamo a spogliarci del superfluo e camminiamo a piedi nudi sull’erba. Basta dimenticare il resto e riempirsi di silenzio. Basta perdersi in un presente da cui ricominciare, ogni giorno, liberandoci di qualsiasi schiavitù.
È la ricerca della felicità: la lotta più eroica, quella quotidiana battaglia che ci chiede di non restare mai uguali e di aprire le braccia accogliendoci senza paure.
Perchè sì, Lontano da te racconta di personaggi alle prese con terribili segreti e di due sorelle che non riescono più a parlarsi dalla notte che le ha cambiate per sempre. Ma anche di un luogo sospeso, come i ricordi chiusi nel cuore, a cui far ritorno per perdersi nell’abbraccio della Terra.
È una storia che parla di affetti, di rimpianti, e del coraggio di essere disperatamente, follemente felici.

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Fotografia di Maja Topcagic

E poi…

habemus booktrailer!!! Un grazie infinite agli Opas Diandl  per aver voluto prestare la loro splendida canzone, quella da cui tutto è partito…in un giardino di peonie.

Nel linguaggio segreto dei fiori, mi ha spiegato Karin, la peonia prende il suo nome e il suo potere dal mitico Peone, medico degli dei. Cara ad Apollo, le sue radici venivano utilizzate per combattere svariate malattie.
Nel casolare di Clelia, nel rosseggiare estivo del tramonto, sono un’efficace cura ai dolori dell’anima.

Ormai Clelia aveva imparato a riconoscere in quell’uomo, a volte malinconico, un animo stravagante, ma dolce e attento. Come il tronco di un vecchio ulivo, indurito dal trascorrere del tempo, si doveva arrivare al cuore per riconoscerne lo spirito.
Bianca. Il vecchio. Era felice di avere compagnia. Insoliti, forse. Anime che non riusciva a penetrare fino in fondo, nonostante intuisse che qualcosa di grande e di importante le aveva condotte lì. Al Bed and Breakfast Peonia. Clelia si ritrovò a pensare che così va la vita. Onde di risacca che ci riportano, dopo viaggi tortuosi, alla spiaggia cui apparteniamo. E sono a volte pericoli simili, le stesse bufere, a farci approdare. Ma non da soli.
Dondolò il mento soddisfatta. Le piaceva l’immagine. Avrebbe dovuto ricordarla bene per raccontarla al vecchio. Si sforzò di imprimerla nella mente e rientrò in cucina. Inspirò il profumo di menta e rosmarino. Qualsiasi tempesta avesse condotto i suoi ospiti su quelle colline di vento e di ulivi, sarebbe stata dimenticata presto, pensò spalancando le imposte. Laggiù, macchie di lavanda salutavano il sole al tramonto arrossendo un po’.

Buona visione!
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