La donna che prestò il suo volto al Bacio di Klimt e che donò la propria vita al Maestro

Anche i geni hanno i loro maestri. E, a volte, riesce loro di superarli. Quello di Schiele fu Gustav Klimt.

Il giovane Egon era talmente affascinato da quest’uomo importante e di ventotto anni più maturo, che all’iniziò della sua carriera ne imitò lo stile, tanto da guadagnarsi il soprannome di Klimt d’argento.

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Klimt adorava i gatti, qui traditi per uno splendido pappagallo amazzone. (Gustav, con Helene ed Emilie Floege, in partenza per l’Attersee)

Secondo alcune fonti, Wally Neuzil, modella preferita e amante di Egon, aveva cominciato a lavorare proprio per il Maestro che deve essere stato da esempio per Egon anche in fatto di belle donne e vita sentimentale movimentata.
Oltre alle amanti storiche e al codazzo di figli illegittimi, dai nomi poco fantasiosi e piuttosto rivelatori come Guerstl (uno) e Gustav (almeno due), ci fu una donna a cui toccò il ruolo di “preferita” ufficiale: Emilie Floege. Per intenderci, la donna che prestò il suo volto al famoso Bacio di Klimt.

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Emilie Floege

Di famiglia borghese, conobbe Gustav in giovane età, poiché il fratello di lui, Ernst, sposò la sorella più vecchia di Emilie, Helene. Alla morte di Ernst, nel 1892, Gustav diventò tutore di Helene. Emilie, che aveva allora diciotto anni, si innamorò di lui. Una cotta giovanile dai molteplici risvolti.

Klimt, che viaggiò molto, ma mai volentieri, e che non brillava per modestia (“Esistono solo due pittori: Velasquez e io.”), incoraggiò la vena creativa di Emilie. Indossò con entusiasmo le sue tuniche e condivise con lei le vacanze annuali all’amato Attersee.

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Gita all’Attersee con Emilie e… l’immancabile tunica.

Sposare la bella Emilie… be’, quella era un’altra questione.

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Emilie e Gustav nel giardino dell’atelier viennese.

 

 

 

E in questo l’allievo fu decisamente più trasgressivo, e coraggioso, del Maestro.

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Il ritratto di un bambino mai nato, l’atelier del pittore che fece tremare Vienna e una nuova storia da raccontare

La prima volta che ho visitato Vienna, mi sono fermata a lungo davanti a un quadro, a cui in seguito avrei pensato moltissime volte.

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Il dipinto si trova alla Galleria Belvedere e si intitola La famiglia. È l’ultima opera di Egon Schiele, che lo concluse pochi giorni prima di morire, il 31 ottobre 1918. Una piramide di corpi nudi, che culmina nel ritratto di se stesso. Ai suoi piedi una donna, tra le cui gambe è accovacciato un neonato. Soltanto Egon rivolge lo sguardo allo spettatore, avvicinando una mano al petto quasi a chiedergli di ascoltare la sua storia. La donna è Edith Harms, la giovane moglie che, nella stanza accanto, lotta tra la vita e la morte e che porta in grembo il figlio che non nascerà mai.

Mi ha sempre molto impressionato pensare a questo artista che dipinge, esorcizzando i suoi demoni, chiedendo all’Arte – un istinto come respirare oppure correre, socchiudere gli occhi contro il sole – il sollievo da un dolore terrificante, dall’annientamento.

Ho pensato spesso a Egon, all’uomo raffigurato su quel quadro, alla donna che protegge fra le sue gambe e a quel bambino mai nato, e che pure esiste, sulla tela. Al potere del’Arte, alla forza dell’uomo che in un certo senso sconfigge il tempo e la morte.

36786469_10216420775974409_8109118406281658368_nSono tornata altre volte, a Vienna. L’ultima, stavo già scrivendo la mia storia – che è in realtà la storia di quell’uomo – e ho avuto la fortuna di poter salire le scale del palazzo in cui si trovava il suo ultimo atelier (proprio lì, all’ultimo piano, dove si vede l’enorme vetrata ad arco). Ci sono entrata per caso, di trafugo (ora è un edificio privato e il vecchio atelier un appartamento). E la mia salita si è fermata alla porta chiusa, dietro cui una volta lavorava lui, orgoglioso dell’elettricità che era riuscito a portare. C’erano i suoi quadri. La sua storia con Wally, la giovanissima 

73118_pplmodella e amante. E, proprio di fronte, in una casa gemella, con la stessa enorme finestra ad arco, l’appartamento della futura moglie, Edith.

Quella storia è diventata un libro e io sono orgogliosa e infinitamente grata di rivedere quel quadro accanto al titolo che porta.

Non so se sia il segno di qualcosa – a me piace pensare di sì – ma mi capita spesso di interessarmi a figure del passato che poi, in qualche modo, trovo siano collegate fra loro e che, per un qualche incomprensibile caso, condividono un insignificante, 

Le ragazze con le calze grigiepiccolissimo dettaglio, lieve come polvere di stelle, con me. Edith Harms morì il 28 ottobre. È il giorno in cui sono nata io.

Le ragazze con le calze grigie uscirà in libreria il 12 luglio. Un immenso ringraziamento va alla squadra di Arkadia Editore, che ha creduto in questo progetto, iniziato con La Medusa.

Sono passati molti anni, ma la passione che sento non è stata scalfita di una sola goccia.

Infinitamente grata di poter dare voce alle mie storie. Di aprire quelle porte, che altrimenti resterebbero chiuse, come di vecchi atelier quasi dimenticati dal tempo.

Preraffaelliti: i ribelli vittoriani che ora ascolterebbero i Cure

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Ophelia, J.E.. Millais. 1851-1852. Olio su tela. 76,2 x 111,8, Londra, Tate. Per rappresentare fedelmente l’effetto dell’acqua sul vestito, Millais immerse la sua modella, Elizabeth Siddal, in una vasca da bagno riscaldata soltanto dalle candele. Durante una seduta si spensero, ma Lizzie continuò a posare. La polmonite causata dal raffreddamento minerà per sempre la sua salute.
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Desperate Romantics, BBC TWO

Adoravano Edgar Allan Poe e citavano Baudelaire, potrebbero essere considerati i precursori del New Gothic e, “se fossero ancora vivi oggi, forse leggerebbero Anne Rice“. In arti contemporanee, come la fotografia e il cinema, riecheggiano in continuazione la loro iconografia, i volti superbi delle loro modelle dalla pelle lunare e i capelli rossi, lunghissimi.

Citazioni più dirette si trovano in Dracula di Bram Stoker, di Francis Ford Coppola (1992) – i costumi del film sono disegnati da Eiko Ishioka che ha dichiarato di essersi ispirato ai quadri di Rossetti, oltre che al Simbolismo di Klimt – ma anche registi visionari come Tim Burton

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Bram Stoker’s Dracula

devono molto all’estetica preraffaellita. É facile ad esempio ritrovare nel suo La sposa cadavere (2005) più di un indizio che riconduca alla storia d’amore tra Dante Gabriel Rossetti ed Elizabeth Siddal, famosa per aver posato come Ophelia per un altro amico della Confraternita, Millais.

Eppure, i Preraffaelliti, così proiettati nella moda e nel costume del nostro tempo, si consideravano con fierezza artisti retrò, che rivolgevano lo sguardo alla pittura prima che i suoi canoni venissero trasformati dal genio di Raffaello.

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Lily Cole by Sophie Delaporte, Vogue Japan

Ribelli vittoriani, precursori di una vita bohémien, hanno tra i diciannove e i ventitré anni e le idee chiare: salvare l’arte inglese dalla gabbia imposta dalle norme severe della Royal Academy, con la sua esaltazione della pittura rinascimentale italiana.
E hanno un preciso riferimento: il ritorno alla purezza e all’essenzialità dell’arte medievale, voltando le spalle alle convenzioni dell’Accademia, definite con disprezzo slosh (sciatte).

Ma è proprio nei locali della Royal Academy che nasce il legame che li porterà a fondare la Confraternita: Millais – un talento precoce, che aveva iniziato a frequentare l’Accademia a 11 anni, e forse il più dotato dei tre – Hunt – per cui l’arte è una predisposizione naturale che lo porterà a lottare contro le obiezioni della famiglia e a dedicarle ogni istante sottratto con fatica al lavoro da impiegato – e Rossetti – il più carismatico, seppur forse meno talentuoso – che deve il suo nome al padre, esperto di studi danteschi e di lontane origini italiane.
Il sodalizio li porterà a sfidare la critica, superando scandali (il mancato rispetto della prospettiva classica rappresentava per molti un aperto attacco ai principi dell’arte) e raccogliendo seguaci, senza smettere di coinvolgere il pubblico in un equilibrio instabile di repulsione e attrazione.

E come è giusto che sia nella più coerente tradizione rockettara che si rispetti, furono le loro donne, muse strappate alle notti di Londra o alla noia di una vita da sarta o modista, a ravvivare con capricci e qualche tafferuglio la scalata del gruppo.
Donne come la bellissima Elizabeth Siddal (1828-1862), che imparerà da Rossetti, per il quale posa, non soltanto a intessere le note di una passione pericolosa, tormentata dalla gelosia che li segnerà entrambi, ma anche la via liberatoria dell’arte. Lei stessa sarà fine poetessa e pittrice acerba. L’unica copia delle poesie che Gabriel le dedicò fu seppellita con lei, quando morì suicida, giovanissima ma con alle spalle già un’intera esistenza lacerata dall’amore disperato per Rossetti – il pittore-poeta che infine la sposerà – dalla dipendenza dal laudano e dalla depressione che la spezzerà dopo la perdita della figlia nata morta.

Rossetti, invitato qualche anno dopo dal suo agente (ah desperate romanticl’Amore, ch’a nullo amato amar perdona! E quanti dolori quando entra in collisione con la Musa dell’Arte e la vanagloria…) non esiterà a rimettere mano al manoscritto, facendo riaprire la tomba della moglie in una cupa notte del 1869 e riacciuffandolo proprio tra quei capelli rossi e lunghissimi che lo avevano ispirato.

É Elizabeth Siddal, con la sua Ophelia bellissima e straziante, a reggere le fila del mio nuovo romanzo unendo esistenze ed epoche diverse. Da una delle sue poesie più toccanti prende il titolo la mia storia.

73d856bf409b05a6c6950498bd52c9b7For I am but a startled thing        

Nor can I ever be

Aught save a bird whose broken wing

Must fly away from thee.

Poiché non sono che una creatura atterrita

né altro mai sarò

che un uccello, la cui ala spezzata

deve volare lontano da te.

Già, perché si parla di Arte, di tradimenti e di amori molto, molto difficili.

Ci siamo!

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Foto di Katerina Plotnikova

A tre anni di distanza dall’uscita di La Medusa e dopo le incursioni nel futuro dispotico e post-apocalittico di Scenderà un’altra Notte, torno a uno degli elementi che amo di più, ma con alcune novità che mi fanno trattenere il fiato dall’emozione.

C’entra di nuovo un quadro – questa volta sono la bellissima Ophelia di J. E. Millais e la banda di folli bohémien di Rossetti, con le loro modelle un po’ dark ladies e un po’ donne angelicate, un po’ groupies  e artiste ribelli quanto muse – e c’è di nuovo il mare, un mare dagli abissi profondi e oscuri come il passato da cui i personaggi di questa storia cercano di salvarsi, inciampando in avventure e incontri che prendono i colori brillanti dei preraffaelliti e che li porteranno a lottare, dubitare, distruggere ogni certezza e poi… e poi approdare dove le onde di risacca avranno deciso per loro.

Il libro uscirà per Arkadia Editore ed è in stampa. Dita incrociate, sarà in libreria per la fine di marzo! Avrà la bellissima copertina firmata da una fotografa meravigliosa: Katerina Plotnikova. Trovo sia perfetta per i toni di questo romanzo, che è ambientato in una realtà per me un po’ insolita – già, l’elemento fantastico, questa volta, è davvero ridotto al minimo – ma che non poteva non trattenere un alone di magia, i confini indeterminati delle fiabe, di cui in fondo si colora ogni vita quando lascia spazio al destino e ai suoi giochi.

La colonna sonora è all’altezza delle immagini di Katerina. Spero di riuscire a pubblicare presto il booktrailer perché ho avuto l’onore di poter regalare a questa storia le note di un gruppo spettacolare. La stessa canzone da cui in fondo è partito tutto. Credo di conoscerla ormai meglio del gruppo, perché l’ho ascoltata così tante volte asavanah jane ciclo continuo che neppure loro in tutti i concerti!

E c’è l’ansia, sì. L’emozione che accompagna la fine di un percorso che in realtà è un inizio. Buona fortuna, Sofia. Buona fortuna, Bianca.

Presto racconterò qualcosa di più su di voi e su cosa c’entri in tutto questo Ophelia!

Falling Down

Falling Down

È un mondo dorato quello in cui vive Anne. Ma pieno di ombre.

C’è una rimessa, nel grande parco della tenuta, una casa nera in cui nessuno ha il permesso di entrare. E poi ci sono le lettere della madre che non ha mai conosciuto. Ritrovate per caso, quasi qualcuno le avesse nascoste perché arrivassero a lei, sono legate insieme da un nastro nero. Raccontano di una strana figura, suadente e pericolosa come il lupo delle fiabe. E di un inganno che accomuna angeli e demoni.

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Dreamland Forest

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Cosa domina le esistenze umane? Esiste un destino e fino a che punto può essere compatibile con il nostro libero arbitrio? Sono alcune delle domande poste dal romanzo in cui uomini e creature sovrannaturali combattono per difendere ciò che ancora li unisce, un mezzosangue dai poteri straordinari. Ma il bene e il male non sono che le facce della medesima medaglia, a volte tanto vicini da risultare difficilmente distinguibili. Ed è la forza di un’unica scelta a salvarci o a condannarci per sempre.

Simaril è un gatto, soltanto un cucciolo alle prese con una forma e un luogo che non gli appartengono. Ma la sua anima è antica di secoli e conosce un segreto che a nessun umano potrà mai essere svelato. E non è un caso se il suo vagabondare tra le ere lo porta in un villaggio nascosto al resto del mondo da un’impenetrabile foresta. Dove gli uomini adorano una strana, capricciosa Dea. Tra le ombre della foresta di sacre querce Simaril troverà una creatura preziosa, l’ultima della sua specie. Forze oscure, antiche come il mondo, sono sulle sue tracce. Forze che insinuano il dubbio e confondono le menti, nutrendosi di vite. Soltanto una scelta potrà salvare il suo protetto. Ma come ogni scelta richiederà un sacrificio e un prezzo da pagare.

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